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Teatro PoliteamaIl Teatro Politeama di Catanzaro, inaugurato il 29 novembre 2002 con un concerto dell'orchestra dell'Arena di Verona (direttore Maestro Aldo Ceccato), sorge in pieno centro storico sull'area risultata dalla demolizione del vecchio Cinema-Teatro Politeama, struttura realizzata negli anni trenta, e del coevo Mercato coperto. Il Teatro è stato progettato dal prof. Paolo Portoghesi, uno dei maggiori architetti italiani, mentre il progetto delle strutture impianti è dell'ing. Franco Portoghesi. La struttura del teatro Politeama (53 mila metri cubi di volume, 5.700 metri quadrati di superficie) ruota intorno ad una sala a forma di ferro di cavallo (500 metri quadrati). L'architetto Portoghesi si è attenuto, infatti, alla tradizione del teatro classico all'italiana. E così il parterre, che contiene ordini di posti per 372 spettatori, segue un movimento ondulatorio su una superficie quasi concava. L’opera del Portoghesi ha ridato alla città di Catanzaro il teatro dopo oltre 60 anni; infatti, nel 1938 veniva demolito lo storico teatro Comunale, progetto dell’architetto Vincenzo De Grazia risalente al 1818, la cui costruzione fu terminata nel 1830. Fino ad allora il Teatro a Catanzaro aveva trovato asilo nei pressi della stupenda Chiesa del Monte dei Morti in un piccolo Teatro in piazza Duomo, che andò però distrutto nel terremoto del 1783, e in alcune delle piazze più belle della città. Il successo che questi spettacoli ottenevano richiese la costruzione di una struttura adeguata soprattutto per via dello spessore culturale che le stesse proponevano e della lunga tradizione teatrale che la città vantava, infatti, la nascita di tali attività culturali risalgono al tardo '600 quando in occasione della nascita dell'erede al trono spagnolo, ci furono quasi due mesi di rappresentazioni che animarono Piazza San Giovanni. Il teatro Comunale consolidò in modo definitivo le tradizioni teatrali della città; divenne uno dei teatri piu’importanti dell’Italia meridionale e vide rappresentazioni del calibro di: Pergolesi, Rossini, Goldoni, Giacosa e D'Annunzio - per ricordarne alcuni - a quelle straniere di Scribe, Sardou, Mirabeau, Dumas e dei classici quali Ibsen, Tolstoj, Shakespeare, Dostoevskij. Calcarono il palcoscenico del Comunale i più noti artisti del tempo, da Ermete Novelli a Ermete Zacconi, da Giovanni Emmanuel a Gustavo Salvini. Il glorioso Comunale però risentì molto della crisi economica e sociale che investì la città dopo la Grande Guerra, iniziò così un lento e inesorabile declino che portò alla demolizione del 1938. Da allora fino alla costruzione del nuovo Politeama qualche luce di quell’arte che tanto aveva appassionato i Catanzaresi rivisse nel Teatro Masciari con alti e bassi, nel 2002 Catanzaro è, però tornata ai vertici del Teatro regionale, il Politeama ha infatti ridato il prestigio di un tempo all’opera teatrale cittadina. GastronomiaLa gastronomia di Catanzaro, che affonda le sue radici nella tradizione tipicamente mediterranea, e' caratterizzata da una predominanza di sapori forti e decisi. Vari e tutti gustosissimi i primi piatti, tra cui spiccano la pasta e ceci con finocchi selvatici, la pasta "dei mietitori", condita con un sugo a base di cipolle, zucchine e patate, e la pasta con le alici, preparata con alici sotto sale, mollica di pane e, a scelta, peperoncino piccante. Un posto d'onore è riservato alla carne, molto utilizzata quella di maiale e di manzo, alle verdure e alle lumache, consumate con un delizioso sughetto di pomodoro aromatizzato con foglie di alloro, origano e peperoncino piccante. Ma l'autentico piatto forte della gastronomia catanzarese, conosciuto non solo in Italia ma anche all'estero, è il morzeddhu, di solito servito caldo nella pitta, pane casereccio piuttosto schiacciato e dalla forma circolare, tagliata a libretto. La ricetta, legata alle tradizioni semplice e povere della cucina contadina, ha come ingredienti base le interiora di vitello, i cosiddetti diuneddhi, eccetto il cuore, la conserva di peperoni piccanti, sale, origano, alloro, e vino rosso. Da segnalare poi le conserve, come alici o sarde salate, melanzane sott'olio, melanzane in agrodolce o alla schipece, tutte rigorosamente preparate secondo antichi metodi. Ottimi i dolci, in modo particolare i monaceddi, preparati con uova sode farcite di cacao e fritti, e le cuzzupe, ciambelle decorate con uova, tipiche di Pasqua. Rinomati i vini catanzaresi, soprattutto la Malvasia. U Morzeddhu - Ingredienti:
Preparazione: lessate nuovamente la trippa in acqua salata, asciugatela e tagliatela in sottili striscioline. Tagliate in spicchi le cipolline e mettetele in un tegame con la trippa, il sale, la sugna e acqua sufficiente a coprire bene tutto. Fate cuocere per circa un'ora a recipiente coperto. Servite dopo averlo spolverizzato con pecorino. La maschera tipica:GiangurgoloIl suo nome significa "Giovanni dalla gola piena" e fu ideato dai Calabresi che volevano mettere in ridicolo le persone che imitavano i cavalieri siciliani spagnoleggianti. Ha un lungo naso, un'andatura bellicosa e porta sempre un cappello di feltro a cono. Nei suoi pranzi consuma carretti di maccheroni, molto pane e intere botti di vino.Adopera la spada per inezie, ma è sempre pronto a fuggire come il vento. Ecco apparire per la prima volta nei vicoli di Catanzaro la maschera satirica di Giangurgolo; il suo personaggio di maschera - soldato gira in questi anni i teatri di tutta Italia, ed Ottavio Sacco ne è il più grande interprete. Nelle varie rappresentazioni compare come un personaggio mutevole nell'aspetto, rivestendo il ruolo di spaccone, tronfio e vanaglorioso e definito "abile più di lingua che di spada"; vigliacco ma dal cuore nobile, ed in alcune occasioni anche vittima dell'altrui scaltrezza. Ecco cosa si racconta nelle scene: era il 24 giugno 1596. Nel convento delle Suore di Santa Maria della Stella di Catanzaro nasce il personaggio Giangurgolo, ancora bambino ma che diverrà la maschera tipica della tradizione catanzarese. Il suo nome deriva da Giovanni, in onore del Santo del giorno del suo ritrovamento. Trascorre la sua infanzia presso il Convento dei Cappuccini del Monte dei Morti, dove un Padre, oltre all'educazione, tramanda al giovane anche l'abitudine della caccia. È proprio in una battuta che inizia la sua storia: nei boschi Giovanni cerca di salvare uno spagnolo che era stato aggredito e ferito da briganti; lo spagnolo riceve da lui tutte le cure possibili, ma spira, e fa di Giovanni il suo erede, consegnandogli le sue ricchezze ed una lettera che contiene il modo per salvare Catanzaro. Da questo momento, in onore del nobile spagnolo, Giovanni tramuta il suo nome in Alonso Pedro Juan Gurgolos (Giangurgolo). Egli inizia una sua personale lotta contro l'occupazione spagnola che in quegli anni si abbatteva su Catanzaro: Giangurgolo studia bene la strategia, organizzandosi con un carrozzone da teatro col quale, insieme ad alcuni suoi amici, propone spettacoli satirico - politici incitando alla rivolta il popolo catanzarese. Questo piano però fallisce quando le sue intenzioni vengono alla luce, e Giangurgolo viene condannato a morte. La scoperta delle sue origini nobili gli salva però la vita, costringendolo in ogni caso a rifugiarsi in Spagna. La sua permanenza in quei luoghi a lui estranei non dura a lungo, ed egli torna nella sua terra d'origine, dove la peste aveva colpito tutta la città. Al suo ritorno egli riesce a ritrovare il suo amico di teatro Marco, anch'esso malato, e per un abbraccio tra i due la peste viene trasmessa anche a Giangurgolo. |
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