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La piazza si trova sul lato sud del Duomo, che con la torre campanaria Ghirlandina forma un insieme monumentale dichiarato patrimonio dell'umanità dall'Unesco. Sul lato orientale della piazza si erge il Palazzo Comunale, edificio seicentesco a portici che ha unito gli antichi palazzi medievali del Comune e della Ragione. Il Palazzo, che nel medioevo aveva più torri, una delle quali detta torre mozza a causa di un terremoto che l'aveva decapitata, è oggi porticato con pianta ad L. Sul lato occidentale della piazza si trova la parte posteriore dell'Arcivescovado, mentre sul lato meridionale c'è il palazzo moderno di una banca, anch'esso porticato.
Questo palazzo, opera dell'architetto Gio Ponti, ha sostituito un precedente palazzo di giustizia costruito alla fine del Ottocento nello stile dei ministeri romani. Venduto dal Comune alla locale Cassa di Risparmio, l'edificio è stato demolito e sostituito da quello di Gio Ponti, che ha affrontato il problema cercando di riprendere in chiave moderna motivi del Palazzo Comunale e dell'Arcivescovado, riuscendoci almeno in parte, anche se non da tutti i modenesi è stato molto gradito quest'inserimento del nuovo nella piazza simbolo della città. Nell'angolo nord-orientale di Piazza Grande, vicinissimo al Palazzo Comunale, si trova la Preda Ringadora (che in dialetto modenese significa "pietra dell'arringa"), un grosso masso marmoreo di forma rettangolare lungo oltre 3 metri che probabilmente, in origine, apparteneva ad un edificio romano. Durante il medioevo la Preda veniva utilizzata come palco degli oratori, ma anche come luogo in cui eseguire sentenze di morte ed esporre cadaveri (affinché qualcuno potesse identificarli) nonché ad essere usata come pietra del disonore: secondo quanto emerge dall'Archivio Storico Comunale ogni debitore insolvente nel giorno del mercato dopo aver fatto il giro della piazza con la testa rasata e uno speciale copricapo, preceduto dal suono di una tromba doveva dichiararsi tale poi era costretto a "dare a culo nudo suso la preda rengadora, la quale sia ben unta de trementina, tre volte dicendo tre volte cedo bonis, cedo bonis, cedo bonis", cioè promettendo di saldare il debito coi suoi beni e questo doveva accadere per tre sabati consecutivi a richiesta del creditore che poteva così ben valutare la possibilità di riavere i propri soldi rifacendosi sui beni del debitore.
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