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Il Castello Estense, o Castello di San Michele, è il monumento più rappresentativo della città di Ferrara. In precedenza, sul luogo dove, ormai da secoli, sorge il Castello, si trovava invece la cosiddetta "Rocca del Leone", un'antica torre di guardia che, da almeno cent'anni era preposta alla difesa della parte nord della città, nella parte in cui si trovava il borgo del leone e la porta del leone. Fu il Marchese Nicolò II, signore di Ferrara, a volere l'ampliamento della torre negli anni, in modo da consentire una difesa sempre migliore della città. Quando il 3 di settembre del 1385 la popolazione ferrarese scese in tumulti nelle vie e nelle piazze della città esasperata da un’ennesima oppressiva tassa, il marchese, sedata nel sangue la rivolta, decise di costruire un sistema difensivo completamente nuovo e più sicuro del precedente, che facesse da contraltare al Castel Tedaldo, sul lato sud della città. Nacque così il Castello Estense.
Il Castello Estense sorse nel 1385 come strumento di controllo politico e militare. La prima pietra fu posata simbolicamente il 29 settembre, giorno di San Michele, protettore di porte e rocche urbiche. L’opera fu commissionata all’architetto Bartolino da Novara, già artefice dei castelli di Pavia e Mantova. Il Castello sorse intorno alla Torre dei Leoni, l'antica torre di avvistamento già esistente nel XIII secolo ed inserita lungo la cinta muraria, che allora delimitava la città verso nord. Bartolino da Novara chiuse il quadrilatero facendo edificare altre 3 torri: Marchesana a sud-est, di S. Paolo a sud-ovest e di S. Caterina a nord-ovest. La struttura ebbe quindi in origine la funzione di fortezza difensiva: di quel periodo sono le torri e i ponti levatoi, ma nel tempo il suo carattere di reggia dinastica mise in ombra quello militare.
Dopo il colpo di stato tentato nel 1476 da Niccolò, figlio di Leonello d'Este, Ercole I decise di stabilirsi nel Castello e quindi di apportare all’edificio diversi cambiamenti per adattarlo alla vita di Corte. In quel periodo venne raddoppiato il corpo di fabbrica compreso tra la Torre Marchesana e quella dei Leoni e furono iniziati i lavori per ampliare e mettere a decoro la “Via Coperta”, fino ad allora un semplice camminamento che collegava il Castello al Palazzo Ducale, la precedente residenza signorile. Alla figura di Ercole I si deve la cosiddetta “Addizione Erculea”, affidata all’opera dell’architetto e urbanista Biagio Rossetti nel 1492. L’Addizione prevedeva la costruzione di una grande cintura fortificata che avrebbe raddoppiato le dimensioni della città verso settentrione e reinventato Ferrara in chiave moderna, tanto da poterla annoverare a pieno diritto fra le principali capitali europee. Ulteriore effetto dell’operazione era di spostare il baricentro della struttura urbana e rompere le gerarchie urbane tradizionali.
All’ inizio del Cinquecento, Alfonso I continuò i lavori di ristrutturazione e decorazione del Castello intrapresi dal suo predecessore Ercole. A partire dal 1507 Alfonso fece completamente ristrutturare la Via Coperta per collocarci le proprie stanze private. In particolare bisogna ricordare i famosi “Camerini d’Alabastro”, dove trovarono posto le sue preziose collezioni d’arte che comprendevano dipinti di Tiziano, Dosso Dossi e sculture di Antonio Lombardo. I cambiamenti apportati non incisero sostanzialmente sull’aspetto esteriore del Castello ma dopo un grave incendio scoppiato nel 1554 vennero avviate diverse campagne di ristrutturazione ad opera di Girolamo da Carpi e alla sua morte da Alberto Schiatti. L’intervento del Carpi non modificò la struttura del complesso ma si limitò ad emendarli in pochi e qualificanti elementi, sufficienti tuttavia a ridefinire l’aspetto ed il significato simbolico. Le balaustre di marmo sostituirono i merli a coda di rondine medievali ingentilendo così l’aspetto del Castello, mentre l’aggiunta delle altane servì a slanciare la costruzione verso l’alto, sostituendo all’ottica dell’osservazione militare quella della contemplazione del paesaggio.
Al quinto ed ultimo Duca d’Este, Alfonso II, è invece riconducibile il vasto programma per la messa a decoro del Castello, che interessò l'intero edificio, a partire dal cortile interno fino ai saloni del piano nobile. Nel 1597 Alfonso II morì senza lasciare eredi diretti e Papa Clemente VIII ne approfittò per togliere il governo della città agli Estensi, i quali dovettero l’anno successivo lasciare definitivamente Ferrara per trasferirsi a Modena. Con l’insediamento dei Cardinali Legati nel Castello, che ne fecero la sede amministrativa del territorio ferrarese, si assistette ad una progressiva decadenza della città: da capitale estense ad anonima periferia dello Stato Pontificio. Gli interventi posti in essere di questo periodo sono pochi e sostanzialmente limitati alla zona della Torre di Santa Caterina, quali l’ampliamento del rivellino nord e la decorazione delle sale adiacenti.
Con l’ampliamento dell’avancorpo est nei primi anni del Cinquecento, il duca Alfonso I fece costruire la grande Sala delle Cucine sulle fondamenta dell’antica Porta del Leone. A testimonianza dell’antico uso della sala sono rimaste due finestrelle quadrate che fungevano da prese d’aria par un camino a tutta parete che occupava il lato nord. I banchetti della Corte si componevano di innumerevoli portate inframmezzate da rappresentazioni sceniche ed intrattenimenti musicali: questo connubio tra coreografia e gastronomia permetteva al duca di ostentare la propria ricchezza e potere. Da ciò si può comprendere il motivo per cui i grandi “scalchi”, abilissimi cuochi e cerimonieri, erano tenuti in particolare considerazione nelle Corti di tutta Europa. Uno in particolare è rimasto famoso: Cristoforo da Messisbugo, al servizio di ben due duchi estensi Alfonso I ed Ercole II. Geniale regista di tanti fastosi ricevimenti Messisbugo concepiva il banchetto come “una festa magnifica, tutta ombra, sogno, chimera, fittione, mettafora et allegoria”.
Le prigioni del Castello, poste al livello del fossato, si trovano nei sotterranei della Torre dei Leoni. Gli Estensi vi rinchiusero personaggi d’alto rango o comunque prigionieri per cui occorreva una particolare sorveglianza, non certo detenuti comuni che trovavano posto nelle carceri del Palazzo della Ragione. In alcune celle è ancora possibile riconoscere alcune tracce lasciate dai reclusi come ad esempio delle scritte graffite sui mattoni della pareti. Le cronache antiche riferiscono che queste segrete furono sfondo della tragica fine di Ugo Aldobrandino e Parisina Malatesta: rispettivamente il figlio di primo letto e la seconda moglie del Marchese Niccolò III. Nel 1425 il Duca, dopo aver scoperto i giovani amanti, ordinò la loro decapitazione e furono condotti al patibolo in fondo alla Torre Marchesana.
Altri “ospiti” illustri delle segrete del Castello furono don Giulio e don Ferrante, fratelli di Alfonso I. Vennero rinchiusi nel 1506 dopo aver attentato alla vita del Duca e del fratello Cardinale Ippolito. Per Ferrante la prigionia terminò dopo ben 34 anni con la sua morte mentre Giulio fu graziato da Alfonso II nel 1559 all’età di 81 anni. Le cronache dell’epoca ricordano lo stupore dei ferraresi nel vedere don Giulio, vecchio ma ancora vigoroso, spostarsi per le strade della città abbigliato alla moda di cinquant’anni prima. Accanto alle prigioni si trova la Sala del Cordolo che presumibilmente fungeva da posto di guardia. Prende il nome dal cordolo di marmo che attraversa la sala e che corre lungo tutta la parete: un tempo si trovava all’esterno e venne poi incorporato nella struttura del Castello.
Il Giardino degli Aranci assunse le dimensioni e le caratteristiche che vediamo ancora oggi con Alfonso I. Testimonianza di ciò è la presenza della “granata svampante”, impresa personale del duca, scolpita sui capitelli della loggia. Nel 1531 viene costruito il muretto perimetrale merlato del giardino, poi crollato e ricostruito più volte nei secoli, e la Loggia con le quattro arcate a tutto sesto. Girolamo da Carpi, impegnato nel rinnovamento del Castello a partire dal 1554, non tralascia il Giardino Pensile dove vengono iniziate considerevoli opere decorative dei merli che vengono dipinti a finti marmi.
Nel 1562 le merlature, secondo gli archivi dell’epoca, vengono demolite e ricostruite. Si provvederà nuovamente alla loro decorazione pittorica che dovrebbe essere l’ultima documentata in epoca estense. Il giardino nei secoli subisce diverse sistemazioni: da una prima edizione con vialetti, terreno riportato e coltivazione in aiuole di piante annuali, si arrivò agli aranci piantati in grandi mastelli di legno che nella stagione invernale venivano riparati nella Loggia utilizzata come serra. Ancora oggi gli aranci vengono spostati ad ogni cambio di stagione.
In origine il Camerino dei Baccanali era un piccolo studiolo dove il Signore si ritirava con la sola compagnia dei libri e degli oggetti più idonei a conciliare l’attività intellettuale, ma verso la fine del Cinquecento si era progressivamente trasformato in un luogo adibito alla raccolta di oggetti di valore ed opere d’arte. Isabella d'Este, sorella di Alfonso I d'Este, aveva contribuito con un ruolo di primo piano a questa significativa evoluzione, realizzando nella corte mantovana quei “Camerini” rimasti famosi per lo splendore delle opere d’arte ivi raccolte.
Così i favolosi “Camerini d’Alabastro” realizzati per Alfonso I nella “Via Coperta”, corridoio di congiunzione tra il Castello e Palazzo Ducale, ebbero a modello non già lo Studiolo di Belfiore con l’umanistico ciclo delle Muse ideato per Leonello d'Este nella prima metà del Quattrocento ma, piuttosto, Mantova e i Camerini di Isabella. Oggi dispersa, la quadreria dei Camerini d’Alabastro, raccolta sulla base di un programma iconografico incentrato sul tema del baccanale, comprendeva opere di Tiziano, Dosso Dossi, Garofalo. Anche con Fra' Bartolomeo e con Raffaello erano stati attivati rapporti ma il primo morì prima di poter consegnare la sua opera, mentre l’urbinate fornì solo un cartone preparatorio che non traspose mai sulla tela, ma che servì da modello al Garofalo per il Trionfo di Bacco in India.
La scelta del tema bacchino alla Corte Estense era veicolata dal gusto, tipico dell’epoca, per la citazione dell’antico, che sottolineava la formazione umanistica del Principe e che consentiva efficaci paralleli tra quest’ultimo e i grandi del passato, se non addirittura con le divinità olimpiche. Bacco in particolare non era solo il dio del vino ma colui che, dopo aver conquistato il mondo con la forza delle armi, sconfiggeva sopraffazione e miseria per sostituirvi pace, giustizia ed abbondanza. Alfonso I quindi come un novello Bacco e, dopo di lui, analogamente Alfonso II, che dei dipinti di questo Camerino dei Baccanali fu il committente. È difficile ricostruire l’esatta attribuzione delle pitture ma si può presumere dai documenti di archivio che a Leonardo da Brescia debbano ascriversi le sole inquadrature architettoniche ad erme, mentre il Trionfo di Arianna rimanda ai moduli espressivi del Settevecchi e La Vendemmia insieme al Trionfo di Bacco in India, richiama la bottega dei Filippi.
La Cappella Ducale fu realizzata nell’arco di un anno, tra il dicembre del 1590 e quello del 1591, per volontà di Alfonso II, quinto ed ultimo duca di Ferrara, figlio di Renata di Francia e di Ercole II d'Este. Fino ad oggi questo ambiente era noto come “Cappella di Renata di Francia” e veniva riferito alla duchessa calvinista per l’assenza di immagini sacre. Gli affreschi della volta con i quattro Evangelisti tra medaglioni recanti l’aquila estense non incrinavano tale convincimento perché ritenuti opera del pittore ottocentesco Giuseppe Tamarozzi. I recenti restauri hanno invece riportato alla luce, sotto le ridipinture e una pellicola di impurità, gli affreschi originali che le fonti archivistiche assegnano a Giulio Marescotti, un pittore della corte estense attivo a fine del Cinquecento.
La Sala oggi detta dell’Aurora, già stanza privata di Ercole II, era conosciuta nel Cinquecento come Camera dello Specchio. Da essa prende il nome l’intero appartamento di rappresentanza voluto da Alfonso II. Le scene proposte nella volta di questa sala vengono oggi generalmente interpretate come una allegoria della vita umana, scandita dal rapido volgere dell’età, così come lo scorrere delle ore nell’arco del giorno. La volta è divisa in comparti inscritti in festoni di frutta e motivi geometrici dove vengono raffigurati i quattro momenti del giorno che ruotano intorno all’immagine centrale del Tempo. A Ludovico Settevecchi vanno attribuiti Il Giorno e Il Tramonto; a Bastianino Il Tempo, La Notte e L’Aurora. A Leonardo da Brescia, altro pittore attivo in quegli anni alla Corte Estense, vanno assegnati il cornicione con la teoria di putti alla guida di bighe fantastiche e i festoni di frutta in campo d’oro. L’apparato decorativo dell’ambiente era completato da arazzi che rivestivano le pareti creando un insieme di grande impatto scenografico.
Camera di collegamento tra il Salone dei Giochi e la Sala dell’Aurora, viene detta “Saletta dei Giochi” per gli affreschi della volta che riprendono i temi sviluppati nella decorazione delle sale adiacenti. Accanto al motivo centrale delle Quattro Stagioni, idealmente connesso ai quattro momenti della giornata rappresentati nella Sala dell’Aurora, viene ripreso anche il tema delle arti ed esercizi ginnici, già ampiamente trattato nel Salone e qui ripreso e completato con dei putti impegnati nel gioco dei birilli e della trottola.
Ai lati si possono distinguere 4 scene in cui vengono rappresentate delle competizioni sportive. Le gare sono quelle in voga nell’antichità: a sud Il Gioco degli Otri, un esercizio di abilità e destrezza praticato durante le feste di Bacco; a nord Il Cesto, l’antico pugilato che si combatteva con le mani fasciate da corregge di cuoio tempestate di borchie e placche metalliche. Più legate all’atletica militare sono invece le scene proposte all’ estremità della volta: a est Il Telesiaco, esercizio saltatorio che si eseguiva in armi per sviluppare la destrezza negli scontri; a ovest Il Combattimento Gladiatorio dove i “reziari” affrontano i loro classici antagonisti, i “secutores” armati non solo di rete e tridente, ma anche dell’elmo gallico a forma di pesce, attributo tipico dei “mirmilloni”. L’improprio equipaggiamento dei reziari è dovuto, con ogni probabilità, alla trascrizione nell’affresco dei perduti disegni di Mirmillo e Secutor, realizzati da Pirro Ligorio, antiquario e architetto di Corte che sovraintese alla decorazione dell’intero appartamento di rappresentanza.
L’autore degli affreschi è Ludovico Settevecchi; tuttavia occorre pensare che il titolare delle pitture di figura venga affiancato da uno stretto collaboratore e da un pittore di grottesche. In questo caso lo stretto collaboratore è il Bastianino, al quale sono attribuiti: Le Quattro Stagioni, Il Gioco degli Otri, Il Telesiaco, Il Gioco dei Birilli e Il Gioco della Trottola.
Nel Salone dei Giochi venivano accolti i parenti e gli ospiti illustri in visita al Ducato Estense. Pirro Ligorio, architetto e antiquario di corte, fu incaricato di progettare l’inquadratura scenica degli episodi e di realizzare i disegni di base sui quali avrebbero lavorato i pittori. Le arti ginniche, all’epoca molto in voga, furono scelte come soggetto della volta. Il tema era perfettamente in linea con la personalità del committente, il Duca Alfonso II, appassionato sportivo e cultore del gioco della palla. Emblematica in questo senso è l’opera di Girolamo Mercuriari, De Arte Gymnastica. L’edizione veneziana del 1573 è illustrata con xilografie tratte da disegni del Ligorio che ricalcano in vari punti gli affreschi del Castello e confermano quindi la paternità dell’architetto di corte nell’ideazione del ciclo. Bastianino, Ludovico Settevecchi e Leonardo da Brescia sono gli artisti ai quali i documenti e l’indagine stilistica assegnano le pitture.
La volta non era l’unico elemento decorato di questo ambiente; fino alla metà del secolo scorso infatti era visibile una decorazione parietale che simulava sfondamenti prospettici, con finte architetture, colonne e statue in nicchia. Uno schizzo, eseguito appunto a metà ottocento da Liverani, pittore e scenografo faentino, ci consente di farci un’idea più precisa di questi affreschi a quadratura, definitivamente cancellati oltre un secolo fa con l’apposizione di una tappezzeria, oggi rimossa.
Nel 1860 Ferrara venne annessa al Regno d'Italia. Il Castello, divenuto proprietà dello Stato, fu acquistato per 70.000 lire nel 1874 dall’Amministrazione Provinciale di Ferrara che ne utilizzerà gli spazi come sede dei propri uffici e della Prefettura. Negli anni l’efficienza strutturale del monumento è stata salvaguardata grazie ai continui lavori di manutenzione, ai quali si sono affiancate, in vari momenti, specifiche opere di restauro. Molti interventi furono fatti nel periodo tra il 1910 ed il 1930, alcuni molto discutibili come quelli tesi a creare una piena accessibilità del cortile del Castello alle autovetture. Durante la Seconda Guerra Mondiale fu demolito dai bombardamenti il rivellino nord e venne ricostruito fedelmente nel 1946 dal Genio Civile.
In tempi recenti molte sale del Castello sono state aperte al pubblico e questo grazie ad un attento restauro, durato anni, culminato nel 2004 con l’inaugurazione del nuovo allestimento museale predisposto da Gae Aulenti, architetto di fama mondiale. A seguito di un accordo stretto tra il Museo dell'Ermitage di San Pietroburgo e la Provincia di Ferrara, nel 2006 è nato il progetto Ermitage Italia che avrà la propria sede di rappresentanza nel Castello. Nascerà quindi a Ferrara un centro di studio e ricerca finalizzato alla catalogazione delle opere italiane dell’Ermitage con un occhio particolare alle opere legate agli Estensi. Si prevedono anche attività di formazione per ricercatori e restauratori, attività editoriali ed eventi espositivi. L'accordo diverrà pienamente operativo solamente nella seconda meta del 2007.