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La Cattedrale di Santa Maria Novella a Firenze

La Basilica di Santa Maria Novella è una delle più importanti chiesa di Firenze e sorge sull'omonima piazza. Se Santa Croce era ed è un centro antichissimo di cultura francescana e Santo Spirito ospitava l'ordine agostiniano, Santa Maria Novella era per Firenze il punto di riferimento del terzo ordine mendicante, i domenicani.

La storia di Santa Maria Novella

La piccola chiesa di Santa Maria Novella (1049), sorta su un precedente oratorio (Santa Maria delle Vigne, IX secolo), fu concessa nel 1221 ai dodici frati domenicani giunti da Bologna guidati da Fra' Giovanni da Salerno due anni prima. La prima pietra di un nuovo e più ampio edificio fu posta nel 1279, mutando l'orientamento con la facciata verso sud, e fu completata alla metà del XIV secolo. Il progetto si deve a due frati domenicani, Fra Sisto da Firenze e Fra' Ristoro da Campi. Partecipò all'edificazione anche Fra' Jacopo Passavanti ed il campanile si deve invece a fra Jacopo Talenti. La chiesa, sebbene già conclusa nel Trecento, fu tuttavia ufficialmente consacrata solo nel 1420 da papa Eugenio IV in vista alla città.

Su commissione della famiglia Rucellai, Leon Battista Alberti disegnò il grande Portale centrale, la trabeazione e il completamento superiore della facciata, in marmo bianco e verde scuro (terminata nel 1470). Tra il 1565 e il 1571 la chiesa fu rimaneggiata ad opera di Giorgio Vasari, con la rimozione del recinto del coro e la ricostruzione degli altari laterali, che comportò l'accorciamento delle finestre gotiche. Tra il 1575 e il 1577 fu costruita da Giovanni Dosio la cappella Gaddi. Un ulteriore rimaneggiamento si ebbe tra il 1858 e il 1860 ad opera dell'architetto Enrico Romoli.

Nella piazza retrostante la chiesa ha sede l'omonima stazione ferroviaria, una delle più importanti opere del Razionalismo italiano degli anni trenta (Michelucci ed altri). L'edificio, per la sua dislocazione dietro l'abside della chiesa, suscitò all'epoca polemice per il suo stile moderno, ma invece, rappresenta un esempio di esemplare integrazione tra nuovo ed antico.

Un importante restauro è stato effettuato nel 1999 con i fondi del giubileo, inseguito al quale per l'accesso alla chiesa è stato istituito un biglietto d'ingresso. Da aprile 2006 la facciata è di nuovo in restauro.

La facciata della Chiesa

La facciata marmorea di Santa Maria Novella è fra le opere più importanti del Rinascimento fiorentino, pur essendo iniziata in periodi precedenti e venendo completata definitivamente solo nel 1920.

Il primo intervento si ebbe nel 1350 quando la sezione fu ricoperta di marmi bianchi e verdi grazie ai fondi lasciati da un tale Turino del fu Baldese deceduto un anno prima. In quella circostanza furono fatti i sei avelli o arche tombali, i due portali laterali gotici e l'ornamentazione marmorea a riquadri e archetti, fino al primo cornicione. La vetrata dell'occhio fu realizzata intorno al 1365. Al centro campeggia l'Incoronazione della Vergine con schiere d'angeli danzanti, mentre nella cornice esterna sono raffigurati i Profeti.

Tra 1458 e 1470 fu rivestita la parte restante, su disegno di Leon Battista Alberti, su incarico di Giovanni Rucellai e l'iscrizione sul frontone del timpano ricorda l'anno del compimento ed il benefattore: IOHA(N)NES ORICELLARIUS PAV(LI) F(ILIUS) AN(NO) SAL(VTIS) MCCCCLXX (Giovanni Rucellai, figlio di Paolo, anno 1470). Inoltre l'elegante fregio araldico marmoreo della "vela con sartie al vento", altro non è che il simbolo della famiglia Rucellai, anch'esso inserito sulla facciata nella banda orizzontale del fregio fra la parte inferiore e quella superiore. Lo stesso simbolo si può vedere anche sulla facciata del palazzo e della loggia Rucellai, nonché sul Tempietto del Santo Sepolcro in San Pancrazio.

L'Alberti, dovendosi innestare sulle strutture gotiche, realizzò il portale centrale e la parte superiore della facciata, armonizzando gli elementi preesistenti con quelli rinascimentali, per esempio grazie alla creazione dell'alta fascia con la serie di figure quadrate, che maschera alcune contraddizioni della struttura (come la mancata corrispondenza fra lesene superiori e inferiori, per via della preesistenza del rosone). Le incrostazioni bicrome a tarsia si ispirano al romanico fiorentino, in particolare alla Basilica di San Miniato al Monte. Per raccordare la navata maggiore con quelle laterali, notevolmente più basse, l'Alberti ideò le due volute capovolte (quella di destra fu rivestita di marmi solo nel 1920).

Il segreto della bellezza delle facciata sta comunque nella sottile rete di rapporti modulari che l'Alberti studiò razionalmente con calcoli matematici per stabilire le proporzioni tra i vari elementi. Alcuni dei rapporti modulari principali: la linea di base della chiesa è uguale all'altezza della facciata, con la quale forma un quadrato; se la parte inferiore è esattamente la metà di questo quadrato, quella superiore è un quarto posto centralmente; dividendo ancora in quattro si ottengono dei sedicesimi di superficie che inscrivono con precisione le volute laterali; il portale centrale è alto una volta e mezzo la sua larghezza (rapporto di 2/3); l'altezza della fascia centrale a cerniera è uguale alla larghezza dei portali laterali e degli avelli, ed è sette volte l'altezza dell'ordine inferiore; i lati dei quadrati intarsiati sulla fascia centrale sono un terzo dell'altezza della fascia stessa ed il doppio del diametro delle colonne della parte inferiore. Il Sol Invictus rappresentato sul timpano è lo stemma del quartiere di Santa Maria Novella, ma anche un simbolo di forza e ragione; il diametro del tondo del Sole è esattamente la metà del diametro del rosone (compresa la cornice) ed è uguale a quello dei cerchi nelle volute.

Molte altre sono le corrispondenze, ed è proprio questa ricerca progettuale dell'Alberti per l'applicazione di principi teorico-razionali a discostarsi definitivamente dal modo di procedere dell'artista-artigiano medievale, rendendo di Santa Maria Novella come il primo esempio di "euritmia" classica (cioè di armoniosa disposizione degli elementi) del Rinascimento.

Le lunette sopra le porte furono dipinte da Ulisse Ciocchi tra il 1616 e il 1618. Quella centrale rappresenta San Tommaso d'Aquino in preghiera davanti al crocifisso (sullo sfondo la processione del Corpus Domini che ebbe inizio in Santa Maria Novella). Quelle laterali ritraggono due personaggi del vecchio testamento tradizionalmente legati all'allegoria eucaristica: Aronne con la manna, a destra, e Melchisedech con i pani, a sinistra.

Sulla facciata compaiono anche delle strumentazioni scientifiche, a sinistra un'armilla equinoziale in bronzo, a destra un quadrante astronomico in marmo, opere del domenicano fra Ignazio Danti da Perugia (1555-1586), astronomo e cartografo granducale. Il frate astronomo, grazie a queste strumentazioni, riuscì a calcolare esattamente la discrepanza fra il vero anno solare e il calendario giuliano, allora ancora in uso fin dalla sua promulgazione nel 46 d.c.. Dimostrando i suoi studi con una commissione di altri studiosi a Roma a papa Gregorio XIII si ottenne il riallineamento dei giorni e la promulgazione del nuovo calendario gregoriano, saltando in una notte del 1582 dal 4 ottobre al 15 ottobre.

La facciata è stata restaurata nel 1999 con i fondi per il giubileo e di nuovo dall'aprile 2006. Le uniche altre chiese a Firenze ad avere una facciata in marmi policromi originale sono San Miniato e San Salvatore al Vescovo, mentre le facciate del Duomo e di Santa Croce furono realizzate solo nell'Ottocento.

L'interno della Chiesa di Santa Maria Novella

La chiesa presenta una pianta a croce latina, con i caratteri tipici dell'architettura gotica cistercense, suddivisa in tre navate (quella centrale lunga 100 m) con ampie campate e coperture a volte con archi a sesto acuto decorati in bicromia di marmi verdi e bianchi, sostenuti da pilastri polistili, cioè a sezione mista. Si aprono sulle navate e dietro alle cappelle del transetto delle pregevoli vetrate colorate. Per un effetto prospettico la navata sembra più lunga se guardata dall'abside, perché i pilastri si avvicinano leggermente verso la facciata.

Le vetrate furono eseguite tra il XIV e il XV secolo e fra esse spiccano per esempio la Madonna con Bambino o San Giovanni e San Filippo entrambe disegnate da Filippino Lippi, poste nella Cappella Strozzi. Il rosone che si apre sulla facciata, che raffigura l'Incoronazione della Vergine, è stato disegnato da Andrea Bonaiuto nel XV secolo.

Numerose e di altissimo profilo sono le opere d'arte, fra le quali spicca la Trinità di Masaccio, opera sperimentale sull'uso della prospettiva, a proposito della quali il Vasari ebbe a dire: "Pare che sia bucato quel muro". Rappresenta uno dei più importanti capolavori dell'arte rinascimentale, attuazione dei nuovi canosni stilistici in pittura, al pari dei traguardi architettonici di Brunelleschi e scultorei di Donatello. La scena sacra è ambientata in una monumentale architettura classica, disegnata con punto di fuga realistico per essere guardata dal basso, mentre la figura di Dio sorregge la Croce di Cristo, con un atteggiamento maestoso, eloquente e solenne. Anche le figure dei committenti, i coniugi Lenzi, inginocchiate ai lati della scena, rappresentano un'importantissima novità, dipinte per la prima volta a dimensione naturale, non piccole figurine di contorno, e con un notevolissimo realismo oltre al quale traspare anche il loro senso di religiosità e la devozione. La scritta sul sarcofago è un memento mori.

Il pulpito fu commissionato dalla famiglia Rucellai nel 1443 e fu disegnato da Filippo Brunelleschi, mentre la realizzazione spettò al suo allievo Andrea Cavalcanti. Da questo pulpito fu scagliato il primo attacco contro le scoperte di Galileo Galilei.

Sempre nella navata sono opere notevoli alcuni sepolcri, come la tomba della Beata Villana di Bernardo Rossellino (1451), quella del Vescovo di Fiesole di Tino da Camaino e un'altra di Nino Pisano.

Le Cappelle

La Cappella Maggiore o Cappella Tornabuoni si trova al centro della chiesa dietro l'altare maggiore. Il Crocifisso centrale è un'opera del Giambologna. Il coro conserva un'importantissimo ciclo di affreschi di Domenico Ghirlandaio, al quale probabilmente lavorò anche un giovanissimo Michelangelo Buonarroti, allora nella sua bottega. Sono rappresentati episodi della Vita della Vergine e San Giovanni, ambientati nella Firenze contemporanea e con numerosi ritratti dei committenti e di personalità fiorentine dell'epoca, caratteristica tipica del Ghirlandaio. Sul muro posteriore sono raffigurate le scene di San Domenico che brucia i libri eretici, Il martirio di San Pietro, L'annunciazione e San Giovanni nel deserto. Sugli spicchi della volta sono rappresentati gli Evangelisti. Le vetrate policrome furono eseguite nel 1492 da Alessandro Agolanti su disegno di Ghirlandaio.

La Cappella di Filippo Strozzi si trova a destra della cappella centrale e conserva uno straordinario ciclo di affreschi di Filippino Lippi, con le Vite degli apostoli San Filippo e San Giacomo (terminato nel 1502). Sul lato destro San Filippo scaccia il dragone dal tempio di Hierapolis e sulla lunetta La crocefissione di San Filippo; a sinistra San Giovanni resuscita Drusiana e in alto Il martirio di San Giovanni; nelle lunette della volta Adamo, Noè, Abramo e Giacobbe. Particolare importanza hanno le scene centrali degli affreschi, ambientate in delle fantasiose architetture classiche, nelle cui secen si combatte uno scontro fra cultura cristiana e paganesimo, un tema allora di scottante attualità in quanto era il periodo di governo del Savonarola. Dietro l'altare è presente la tomba di Filippo Strozzi, con una scultura di Benedetto da Maiano (1441).

In questa cappella Giovanni Boccaccio ambientò l'inizio del Decamerone, con i giovani fiorentini che qui si ritrovano e decidono di lasciare la città in vista dell'arrivo della Peste nera.

La Cappella Bardi è la seconda a destra e appartenne ad Alessandro Bardi dagli inizi del XV secolo. L'alto rilievo sul pilastro di destra ritrae San Gregorio che benedice Riccardo Bardi e risale a quel periodo. Gli affreschi sono invece antecedenti, del Trecento, attribuiti a Spinello Aretino. La Madonna del Rosaio sull'altare è di Giorgio Vasari (1568).

La Cappella Rucellai si trova in posizione rialzata in fondo al braccio destro del transetto e risale al Trecento. Sopra la tomba di Paolo Rucellai è conservata una statua maromerea di Madonna con bambino di Nino Pisano. Gli affreschi sono purtroppo molto danneggiati e rimangono solo dei frammenti attribuiti al Maestro della Santa Cecilia. Il pannello sul muro sinistro fu dipinto da Giuliano Bugiardini, mentre il monumento funebre in bronzo al centro del pavimento, fu realizzato da Lorenzo Ghiberti nel 1425.

A sinistra della cappella maggiore si trova la Cappella Gondi, disegnata da Giuliano da Sangallo (1503), dove è conservato il Crocifisso di Filippo Brunelleschi, l'unica scultura lignea conosciuta del grande architetto fiorentino. Secondo una storia riportata dal Vasari, il Brunelleschi lo avrebbe scolpito in risposta al Crocifisso di Donatello conservato in Santa Croce e da lui definito primitivo. Le volte contengono volte di affreschi fra i più antichi della chiesa, del Trecento attribuiti a maestranze greco-bizantine. La vetrata è recente e risale al secolo scorso.

In fondo al braccio sinistro del transetto, in posizione rialzata simmetricamente alla Cappella Rucellai, si trova la Cappella Strozzi di Mantova, per distiguerla da quella di Filippo Strozzi. Anche questa è coperta di affreschi pregevoli, che risalgono al 1350-57, fra le migliori opere di Nardo di Cione (fratello di Andrea Orcagna), e rappresentano i regni dei cieli strutturati secondo la Divina Commedia di Dante: sulla parete di fondo il Giudizio Universale, dove si trova anche un ritratto di Dante, a destra l'Inferno e a sinistra il Paradiso. Sull'altare maggiore Il Redentone con Madonna e santi dell'Orcagna. I due fratelli prepararono anche il cartone per la vetrata della cappella.

La Sagrestia si apre nella navata sinistra e inizialmente fu costruita verso il 1380 come Cappella dell'Annunciazione. Conserva un Crocifisso con Madonna e San Giovanni Evangelista opera giovanile di grandi dimensioni di Giotto (anteriore al 1312). qui si trova anche una fonte in marmo e terracotta invetriata di Giovanni della Robbia (1498). Gli armadi con sportelli furono disegnati da Bernardo Buontalenti nel 1593, mentre i dipinti appesi alle pareti sono opere di Giorgio Vasari e di altri pittori manieristi. La grande vetrata gotica fu realizzata nel 1386 su disegno di Niccolò di Pietro Gerini.

Gli avelli e il cimitero

Gli avelli sono delle nicchie ad arcosolio usate come arche sepolcrali, che si trovano sia nella fascia inferiore della facciata, sia, in proseguimento, nel recinto del piccolo cimitero sulla destra, lungo la via che da essi prende il nome, Via degli Avelli.

In uno di questi avelli Giovanni Boccaccio ambientò una novella del Decamerone (VIII 9). Nel terzo avello lungo la parete destra della chiesa, partendo dalla facciata, venne sepolto il celebre pittore Domenico Ghirlandaio, e sotto l'arco una volta era dipinto il suo ritratto al naturale. Anche gli altri vani degli archi spesso ospitavano pitture, spesso di figure di santi, ma queste decorazioni sono andate tutte perdute. Alla base degli avelli si distinguono i blasoni di alcune delle più importanti famiglie cittadine, scolpiti in scudi di grandezza uguale in coppia per ogni avello, con una piccola replica nella chiave di volta dell'arco a sesto acuto. Tra le famiglie qui rappresentate si riconoscono i Medici, gli Alberti, i Corsini, gli Acciaiuoli, eccetera.

Gli avelli erano veri e propri luoghi di sepoltura, per cui, non essendo interrati, a volte dalle fessure delle tombe si sprigionavano afrori, per i quali la via degli Avelli era malamente nota, tanto da essere documentato nel detto fiorentino "puzzare come un avello". La strada originariamente era infatti molto stretta e solo con le opere di risanamento nel 1867 assunse il tracciato odierno, lastronato e pedonalizzato poi negli anni '90 del Novecento.

Il piccolo cimitero, con i cipressi che sono stati piantati solo nell'Ottocento, si apre a sinistra della basilica, in un terreno usato come luogo di sepoltura fino alla fine del XIX secolo (entrata libera). Vi si apre la Cappella Della Pura, risalente al 1474, ma ricostruita nell'Ottocento con le colonne originarie del periodo rinascimentale. Sul retro a sinistra è conservata una lunetta con una Madonna con bambino e Santa Caterina, affresco staccato trecentesco. Sull'altare il crocifisso ligneo fu realizzato da Baccio da Montelupo (1501).

Il Convento, il Chiostro dei Morti e il Chiostro Verde

Annessi alla chiesa si trovano gli edifici del convento, con tre chiostri monumentali che oggi fanno parte del Museo di Santa Maria Novella. Il Chiostrino dei Morti, ex cimitero già costruito intorno al 1270 dai Domenicani, riutilizzando probabilmente un precedente chiostro dei canonici che sappiamo esistente nel 1179, fu rimaneggiato alle attuali dimensioni nel 1337-1350. Presenta arcate con volte a crociera ribassate con soprastante ballatoio che porta dal dormitorio alla sacrestia della chiesa. Vi si apre la cappella funeraria degli Strozzi, dedicata all'Annunciazione di Maria, con affreschi oggi attribuiti ad Andrea Orcagna o alla sua scuola. Il Chiostro verde (parte del Museo) costruito dopo il 1350 da fra' Jacopo Talenti con gli affreschi di Paolo Uccello "a terra verde", da cui il nome del chiostro, nella prima metà del XV secolo: su tre pareti affreschi con "Storie della Genesi" di Paolo Uccello e la sua cerchia (lato orientale, di particolare pregio artistico le scene del Diluvio universale e dell'Ebrezza di Noè, con un uso innaturale della prospettiva e del colore) e altri artisti (Storie di Abramo sul lato meridionale e Storie di Giacobbe sul lato occidentale, del 1440-1450); restaurato nel 1859, fu danneggiato e parzialmente restaurato dopo l'alluvione del 1966.

Il Cappellone degli Spagnoli

Sul lato settentrionale del Chiostro verde si apre la Sala capitolare o cappellone degli Spagnoli, sempre di fra' Talenti (1343-1345), interamente affrescato da Andrea Bonaiuti intorno dal 1367 al 1369. Il ciclo, in ottimo stato di conservazione grazie a una capillare opera di restauro, raffigura in varie scene il ruolo dei domenicani nella lotta all'eresia. In particolare sono presenti alcune scene, simili iconograficamente a pitture di tema venatorio, con dei cani da caccia che rappresentano i confratelli dell'ordine detti anche domini canis. Nel 1566 il granduca Cosimo I destinò la sala alle funzioni religiose degli spagnoli, da cui il nome, al seguito della moglie Eleonora di Toledo.

Il Refettorio

Il refettorio, dove oggi è esposta una pregevole collezione di reliquiari e tessuti liturgici (con il drappo dell'altare maggiore risalente al XV secolo eseguito su disegno di Paolo Schiavo), in origine ugualmente decorata da Andrea Bonaiuti, del quale resta solo una Madonna in trono, fu ridipinta nel 1592 da Alessandro Allori con un cenacolo in parte su tela e in parte ad affresco. Qui si conserva anche un polittico di Bernardo Daddi.

Il Chiostro Grande, la Cappella dei Papi e altri ambienti

Il Chiostro grande, il più ampio della città, rimaneggiato negli anni 1562-1592 dall'architetto Giulio Parigi su committenza di Eleonora da Toledo, fu affrescato da artisti fiorentini del XVI e XVII secolo (il Poccetti, Santi di Tito, il Cigoli, Alessandro Allori, ecc...) con Storie di Cristo e di santi domenicani; oggi è sede della Scuola sottufficiali dei Carabinieri. Vi si aprono l'antica Biblioteca e gli ex-appartamenti papali, dei quali resta solo la Cappella dei Papi.

Al primo piano del chiostro grande esistevano gli appartamenti usati dai pontefici in visita a Firenze. Vi risiedettero per esempio Eugenio IV durante il Concilio di Firenze, oppure Leone X. Proprio su impulso di quest'ultimo fu realizzato l'unico ambiente superstite del complesso papale, la Cappella dei Papi, affrescata da Ridolfo del Ghirlandaio (Assunzione della Vergine) e dal giovane Pontormo (1515), il quale realizzò una eloquente figura della Veronica che solleva il drappo con il volto di Cristo, con una composizione ed un uso del colore che già sono tipicamente manieristi. Inoltre il soffitto è dipinto con originalissimi motivi a grottesche su sfondo scuro, con nove quadri dove sono ritratti angeli, altre figure e blasoni medicei. Dal lato sud del chiostro si entrava nell'antica Officina di profumeria e farmaceutica detta Farmacia di Santa Maria Novella, che ancora oggi esiste ma alla quale si accede ora da via della Scala. È la più antica farmacia d'Europa, aperta ininterrottamente sin dal Seicento.