Articolo di Federica Leandri
Tra le gemme nascoste del litorale altoadriatico, l'Oasi di Valle Vecchia rappresenta un raro esempio di territorio dove la natura selvaggia ha saputo resistere all'urbanizzazione. Situata tra le rinomate località di Caorle e Bibione, bagnata dal mare Adriatico, quest'area di circa 900 ettari accoglie i visitatori con un mosaico paesaggistico sorprendente: dalle dune sabbiose della spiaggia della Brussa alle fitte pinete, fino alle valli da pesca e ai suggestivi casoni lagunari.
In questo articolo, la GAE Federica Leandri ci accompagna alla scoperta di un ecosistema prezioso, dove il tempo sembra essersi fermato e dove è possibile immergersi in percorsi naturalistici a piedi o in bicicletta, circondati da una biodiversità straordinaria che rende l'oasi una meta imperdibile per gli amanti del birdwatching e del turismo lento.
L'Oasi di Valle Vecchia
Avete presente quando il primo approccio con una persona parte decisamente con il piede sbagliato, e poi finite col non poter fare a meno l'uno dell'altro? Qualcosa di simile è successo tra me e l'Oasi di Valle Vecchia.
Tutto ebbe inizio una ventina di anni fa, con me seduta in allegra compagnia sulla panca in legno del Mazarak con le natiche coperte da un sottile pareo di cotone…

Brussa, briciole di storia
Ci troviamo in Brussa, una delle due frazioni ufficiali del Comune di Caorle, a sua volta divisa in due località, Brussa vera e propria e Castello di Brussa.
Questo toponimo ci porta indietro nella storia a una lettera del 598 d.C. di Papa Gregorio Magno in cui faceva riferimento a un Castrum nella zona: le fonti storiche certe sono limitate, ma la presenza di un edificio fortificato – ben più antico rispetto all'attuale palazzo ottocentesco che di un maniero ha solo le forme – ai margini dei territori in cui le popolazioni slave stavano allora insediandosi avrebbe potuto aver senso.
Oggi il paesaggio è caratterizzato da un alternarsi di zone agricole e insediamenti abitativi, ma cos'avremmo avuto davanti agli occhi se fossimo stati dei viandanti del basso Medioevo? Una distesa di barene, paludi, acquitrini e prati umidi solcati da fiumi pigri e tortuosi lungo cui sorgevano piccoli villaggi.
Il principale di questi – Caorle ovviamente – ebbe una storia travagliata, fatta di pirateria, invasioni e crisi economiche, ma anche di privilegi, primo fra tutti il “Privilegio delle acque” del XV secolo: con esso i caprulani, ossia gli abitanti dell'antica Caorle (Caprulae) ottenevano il diritto di pesca in laguna.

Le carte topografiche storiche tra 1500 e 1800 ci descrivono ancora un territorio fortemente caratterizzato dalla sua rete idrografica e dalla presenza delle valli da pesca.
Ed ecco un altro tuffo – quasi letterale – nella toponomastica locale: Valle Vecchia era infatti la più antica valle da pesca del sistema della laguna di Caorle.
Le valli da pesca: un ecosistema tra mare e laguna
Molti di voi – me inclusa – sono abituati a percorrere ben altro tipo di valli, quelle montane, con ripidi versanti e magari solcate da un impetuoso torrente.
Le valli di cui parliamo in questa sede, invece, costituiscono una sorta di allevamento estensivo di pesci ante litteram che sfrutta, oggi come allora, un momento preciso del ciclo di vita di alcune specie eurialine (capaci di sopportare notevoli variazioni del grado di salinità dell'acqua), in particolare branzini, orate, cefali e anguille.
Questi pesci si riproducono in mare aperto (le anguille -per ragioni ancora non chiare – addirittura in quello dei Sargassi!), ma il novellame alla fine dell'inverno cerca le acque tiepide e ricche di nutrienti della laguna. Questa migrazione prende il nome di “montada“.
I valesani mediante la costruzione di argini fissi o mobili intrappolano il pesce all'interno delle lagune salmastre, dove cresce fino a quando, completato lo sviluppo, sente il richiamo del mare aperto: è in questa fase che avviene la pesca all'interno delle valli.

Negli anni Ottanta dell'Ottocento la Legge Baccarini diede il via a importanti opere di bonifica idraulica e agraria in Italia, anche per motivi igienici legati alla diffusione della malaria, peraltro solo l'inizio di una lunga azione di modifica del territorio e del paesaggio destinata a durare fino agli anni Sessanta.
Le grandi bonifiche fasciste degli anni Venti e Trenta avviarono la trasformazione anche in quest'area, ma è proprio negli anni Sessanta che la nostra antica valle da pesca viene prosciugata, per lasciare spazio alla monocoltura estensiva.
Già negli anni Cinquanta era stata messa a dimora la pineta litoranea — come accaduto in moltissime altre zone costiere italiane — per proteggere i campi coltivati dal vento salso.
Negli anni Settanta era stato approvato un piano di urbanizzazione su vasta scala che avrebbe probabilmente trasformato il litorale nell'ennesima località di villeggiatura dell'alto Adriatico con palazzi, servizi balneari e cemento fin sulla spiaggia. Qualche Santo in paradiso deve essersi opposto, e io gli sono infinitamente grata.
Gli anni Novanta hanno segnato un deciso cambio di rotta per il territorio, con l'incarico conferito a Veneto Agricoltura di realizzare un progetto di rinaturalizzazione e, contestualmente, un laboratorio a cielo aperto per lo sviluppo di tecniche di agricoltura a sostegno della biodiversità e della tutela degli ecosistemi.
L'Oasi di Valle Vecchia oggi.
Unita alla terraferma tramite un unico ponte, il territorio dell'oasi si articola su una superficie di circa 900 ettari – un'area relativamente piccola – in cui coesistono una grande varietà di ambienti ed ecosistemi a cui corrisponde un'elevata biodiversità animale e vegetale.
Un vero e proprio mosaico paesaggistico e naturalistico che include dune, pinete, boschi planiziali, siepi e zone umide d'acqua dolce e salmastra.
Il progetto di Veneto Agricoltura è stato un successo, tanto da permettere a Valle Vecchia di entrare a far parte della Rete Natura 2000 come ZPS e ZSC*. Non si tratta di riserve naturali che escludono la presenza umana, ma di aree in cui si riconosce che pratiche tradizionali ed esigenze economiche, sociali e culturali possono coesistere con le esigenze di conservazione, e risultano a volte determinanti per il miglioramento degli ecosistemi e della biodiversità.

La frammentazione degli ambienti naturali è una delle cause più importanti della perdita di biodiversità: l'isolamento delle specie causa un progressivo impoverimento a livello genetico, con conseguente indebolimento delle popolazioni e peggioramento generale dello stato di salute di un ecosistema.
A ciò si aggiunge la perdita di zone umide, uno degli habitat più a rischio di scomparsa a causa dell'eccessivo prelievo idrico, del riscaldamento globale e del consumo di suolo. Con la loro scomparsa vengono meno anche tutte le forme di vita il cui ciclo vitale è strettamente legato all'acqua, come gli anfibi.
L'Italia è un paese densamente abitato e molto cementificato, in particolar modo nelle zone pianeggianti della pianura Padana, dove è ancor più importante il mantenimento, la protezione, la rigenerazione di corridoi ecologici che colleghino le aree naturali e rinaturalizzate in una vera e propria rete.
Un tassello di questo ricco mosaico è rappresentato dalla sperimentazione di Veneto Agricoltura: l'attività si concentra su temi come la sostenibilità, la corretta gestione delle risorse idriche, le tecniche di agricoltura conservativa e di precisione, la conservazione delle aree dunali e lo studio della fauna selvatica distinguendosi in questi settori anche a livello internazionale per la realizzazione di numerosi progetti europei nell'ambito del Programma LIFE, come ad esempio Life Redune e Bee2gether. Presso l'Oasi è inoltre ospitato un progetto di conservazione della razza Cavallo del Delta.
*Nota: Le zone ZPS (Zona di Protezione Speciale) sono istituite ai sensi della Direttiva Uccelli (2009/147/CE) e riguardano la conservazione delle specie di uccelli selvatici, sia migratori che nidificanti. Le zone ZSC (Zona Speciale di Conservazione) sono invece previste dalla Direttiva Habitat (92/43/CEE), e, come suggerisce il nome, sono aree in cui si applicano misure di tutela per habitat naturali, seminaturali e specie animali e vegetali di interesse unionale.
Una spiaggia libera?
Temo che la parola libertà spesso venga equivocata. Se pensate di andare in Brussa e fare ciò che volete mi spiace, non è così. Ci sono dei cartelli fin troppo chiari sul comportamento corretto da tenere – che varrebbe, oserei dire, ovunque – a maggior ragione all'interno di un'area di protezione e conservazione, ma sembra che molte persone non li leggano.

Possiamo camminare dove vogliamo? No, per accedere alla spiaggia vanno utilizzati i percorsi indicati, poiché il calpestio danneggia il sottobosco e le dune (se avete approfondito la lettura del progetto Life Redune avrete compreso come il calpestio non solo compromette il successo dell'impianto di specie vegetali autoctone rare come Stipa veneta, ma favorisce anche la crescita e dispersione dell'invasiva Oenothera stucchii). Se ci fosse bisogno di un ulteriore incoraggiamento per non abbandonare i sentieri, sappiate che l'oasi conserva una delle ultime popolazioni di pianura di Vipera aspis.
Possiamo costruire ripari sulle dune? No, le dune non vanno disturbate in quanto rappresentano un ecosistema essenziale della fascia litoranea, peraltro fragilissimo.
Possiamo lasciare il cane libero in spiaggia? No, in particolare nel delicato periodo di nidificazione del fratino: questo piccolo uccello in pericolo di estinzione nidifica in piccole buche nella sabbia, molto difficili da individuare, quindi un animale libero non solo potrebbe distruggere le uova, ma anche spaventare gli adulti causando l'abbandono della covata. Normalmente le zone preferite dal fratino per la nidificazione sono segnalate, e il divieto di passaggio va rispettato.
Possiamo accendere fuochi o fumare in prossimità della vegetazione? No, il rischio di incendi è molto elevato, in particolare nei periodi di siccità prolungata sempre più frequenti a causa del riscaldamento globale.
Possiamo abbandonare rifiuti? Sembra elementare, eppure a guardare non solo la plastica trasportata dalle maree, ma anche la spazzatura gettata tra le dune e in pineta, evidentemente non lo è.
Quindi possiamo godere della bellezza dell'Oasi di Valle Vecchia senza pagare, ma non siamo liberi di disporne come ci pare. La nostra libertà ha sempre un limite, e questo è la tutela di un bene molto più grande e universale: la terra che ci ospita, di cui siamo parte e con cui condividiamo ineluttabilmente la sorte.
EXPLICIT
… quando stavo per scoprire – letteralmente sulla mia pelle – il volto segreto della Brussa. Come nelle favole in cui le tenebre portano nel mondo spiriti malvagi e realizzano profezie funeste, anche qui al calar del sole la quieta e apparentemente innocua Oasi di Valle Vecchia viene assalita da orde feroci: le zanzare più voraci che io abbia mai incontrato.
Godetevi la giornata, quindi, ma rientrate prima che Fiona diventi orchessa o procuratevi una tuta da apicoltore.







